Novella del testamento di Andrigetto Valsabbia
Novella appartenente a: Le piacevoli notti, libro secondo - Piacevoli notti secondo libro X 4
Rubrica
Andrigetto Valsabbia, cittadino di Como, venendo a morte fa testamento, e lascia l’anima sua e quella del notaio e del suo confessore al diavolo, e se ne muore dannato.
Incipit
Egli è commun proverbio comendato da tutti che chi malamente vive malamente muore.
Explicit
E in tal modo il tristo e scelerato Andrigetto, inconfesso e impenitente, la lorda e scelerata sua vita finì.
Narratore
Eritrea
Trama
Andrigetto, a Como, è un uomo molto ricco senza nessuno scrupolo morale. Per arricchirsi sempre più vende piccoli appezzamenti alla gente più povera, lucrando sulla loro condizione e accrescendo così le sue proprietà. Il notaio Tonisto Raspante gli oppone qualche resistenza a certificare formalmente i suoi atti, che non rispettano la legge, ma viene infine corrotto (e minacciato) da Andrigetto. Il confessore, blandito da ricchi doni, gli dà l’assoluzione nonostante Andrigetto non sia pentito delle sue colpe. Quando è in punto di morte Andrigetto convoca il notaio e il confessore e fa un testamento in cui raccomanda la propria anima al diavolo, ma anche quella del notaio che lasciandosi corrompere non gli ha impedito di commettere abusi e quella del confessore che non ha agito per il bene della sua anima ma solo per arricchirsi. A favore della moglie lascia una proprietà in cui la donna potrà continuare la sua vita di gozzoviglia e tradimento, al termine della quale lo raggiungerà all’inferno; ai figli lascia gli altri suoi beni perché li sperperino nel vizio fino a ridursi poveri e impiccarsi.
Personaggi principali
Andrigetto Valsabbia (uomo), Tonisto Raspante (notaio), Neofito (prete), moglie, figlio, diavolo
Ambientazione
Como (città)
Datazione dell'ambientazione
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Generi
racconto morale
Prologo
La Signora comanda a Eritrea di dire la sua favola.
Epilogo
La favola di Eritrea lascia stupiti i presenti; la damigella recita il suo enigma:
Bianca e tonda son io, non molto dura,
grossa, che la man m’empie è cosa vera.
A le femine ch’han grand’apertura,
me le ficco nel corpo tutta intiera.
Minor a’ maschi fo di me misura,
e dentro a lor mi vo più assai leggiera.
E chi mi prende, mi stringe pian piano,
temendo d’inlordarsi al fin la mano.
Bembo ipotizza che sia l’anima nell’inferno e motteggia su questo. Eritrea spiega che è la candela. La Signora impone a Cateruzza di dire la sua favola.
Sezioni poetiche
| Forma incipit | Metrica | Note |
|---|---|---|
| Bianca e tonda son io, non molto dura, | ottava | ABABABCC |
Autore: Giovan Francesco Straparola da Caravaggio
Periodo di composizione/ data di pubblicazione: 1553
Luogo di produzione: Venezia
Lingua: volgareTemi:
giustizia, punizione, morte naturale, miracolo, avarizia, cupidigia, relazione genitori/figli, matrimonio
A cura di: Sandra Carapezza