Novella di Gasparo e la chiesa di Sant'Onorato
Novella appartenente a: Le piacevoli notti, libro secondo - Piacevoli notti secondo libro XIII 8
Rubrica
Gasparo contadino, fabricata una chiesola, la intitola santo Onorato e vi presenta il rettore, il qual col diacono va a visitare il villano. E il diacono inconsideratamente fa una burla.
Incipit
Grande è il peccato della gola, ma maggiore è quello della ipocresia, percioché il goloso inganna se stesso, ma l’ipocrita con la sua simulazione cerca d’ingannare altrui, volendo parere quel che non è e far quel che non fa, come avenne ad uno prete di villa, il quale con la sua ipocresia offese l’anima e il corpo suo, come ora brevemente intenderete.
Explicit
E così come io disse nel principio del mio parlare, l’ipocresia offese l’anima e il corpo del prete, il quale credendo mangiare la torta rimase contra sua voglia digiuno.
Narratore
Lauretta
Trama
Gasparo, ricco contadino di Noventa, fa erigere una chiesetta a sant’Onorato e nomina un sacerdote come suo rettore. Un giorno quel sacerdote va ospite da Gasparo, che per fargli onore prepara una gran cena. Il sacerdote però dice di voler mangiare poco e di magro, per devozione. Nella notte chiede al diacono di andargli a prendere il cibo avanzato, perché intende mangiarlo. Il diacono tornando con il cibo sbaglia stanza andando in quella del contadino e della moglie. La moglie dorme con le natiche esposte e dà fiato con quelle. Il diacono pensa sia la bocca del sacerdote e vuole dargli la torta; infine spazientito la getta sulle natiche della donna, pensando sia la faccia del prete. La donna si sveglia, il diacono fugge. La donna e il contadino pensano ci siano degli spiriti e svegliano il prete perché benedica la camera.
Personaggi principali
Gasparo (contadino), moglie, prete, servitore
Ambientazione
Padova (città), Noventa (villaggio), Sant'Onorato (chiesa)
Datazione dell'ambientazione
Passato prossimo
Generi
novella comica
Prologo
Lauretta dà inizio alla sua favola, con cui dimostra che l’ipocrisia è il peggiore dei vizi.
Epilogo
La favola ha provato la malizia dell’ipocrisia.
Gli uomini ridono di gusto alla favola. La Signora comanda a Lauretta di dire il suo enigma:
Alta son come ca’ né casa sono,
e splendo come speglio d’ogn’intorno.
Dinanzi sto a cui chiedi perdono,
e perché mi consumo notte e giorno,
a’ trionfanti tetti mi do in dono
e ogni glorioso tempio adorno,
ma troppo è frale la mia vita e corta
perché cadendo in terra resto morta.
Nessuno interpreta il dotto enigma. Lauretta spiega che sono le lampade della chiesa. Antonio Molino comincia la sua favola.
Sezioni poetiche
| Forma incipit | Metrica | Note |
|---|---|---|
| Alta son come ca’ né casa sono, | ottava | ABABABCC |
Autore: Giovan Francesco Straparola da Caravaggio
Periodo di composizione/ data di pubblicazione: 1553
Luogo di produzione: Venezia
Lingua: volgareTemi:
conflitti città/campagna, arricchimento, fortuna, scambio di persona, giustizia, cattiva fortuna, miracolo, ipocrisia, avarizia
A cura di: Sandra Carapezza