Novella del servitore Galeazzo e del testamento

Novella appartenente a: Novelle - Cademosto 6

Rubrica

Scipione Sanguinaccio padovano fa il tuo testamento, e lascia ogni cosa del suo per Dio, tal che suoi figliuoli restano poveri. Galeazzo servitore di casa, morto il padre, fa rimettere così morto secretamente in una altra camera, et egli entra nel proprio letto, e fa testamento, fingendo d’essere Scipione; et rompe il primo, et a se medesimo ordina al notajo che egli abbia d’aver duo mila ducati.

Incipit

Non è molto tempo che fu in Padova un gentiluomo, nominato Scipione Sanguinaccio, il quale la maggior parte del tempo di sua vita si diede talmente all’avarizia e miseria, che fu oltre modo tirato dal suo ansioso desiderio di prestare ad usura, volendo trasricchire, dando a se stesso via et nota sempre di pubblico e famoso usuraio.

Explicit

Però ciascuno padrone et signore procuri di farsi amare et ben volere da’ suoi servidori, et massimamente quando sono uomini svegliati et d’ingegno, perché molte volte fanno sì, che i suoi signori escono di gravi travagli e impicci.

 

Trama

A Padova un gentiluomo, Scipione Sanguinacci, è estremamente avido e diviene famoso come usuraio. Grazie alla sua professione, si arricchisce oltre ogni misura. Divenuto vecchio, si ammala e fa testamento, lasciando la maggior parte del suo denaro per opere pie, nel tentativo di fare ammenda per i peccati commessi. I suoi due figli, Angelo e Alberto, vedendosi privati dell’eredità paterna, cercano invano di far cambiare idea a Scipione. Le intenzioni dell’uomo giungono alle orecchie di un suo servitore di lunga data, Galeazzo, che si offre di aiutare i giovani padroni, spiegando loro il suo piano: una volta morto Scipione, il suo decesso sarà tenuto segreto e Galeazzo, spostato il cadavere del padrone in un’altra stanza, ne prenderà il posto; chiamato il notaio, farà poi stilare un nuovo testamento in favore dei suoi figli. I giovani accettano la proposta e prometto al servitore di premiarlo per il suo aiuto. Così, morto Scipione, i tre agiscono come pattuito. Convocato il notaio, Galeazzo, fingendosi Scipione, si dice pentito del precedente testamento e ne detta uno nuovo: Angelo e Alberto saranno gli eredi universali, mentre a Galeazzo verranno donati duemila ducati come premio per il suo lungo servizio. A questo punto Angelo e Alberto intervengono per limitare il danno, chiedendo per il servitore una donazione di mille e non di duemila ducati. Alla fine però sono costretti a cedere. Terminata la farsa e rimasti soli con Galeazzo, i due fratelli gli rinfacciano di avere esagerato, pur dicendosi ormai pronti ad assecondarne l’operato. L’uomo ribatte che i due hanno ottenuto dodicimila ducati in eredità soltanto per merito suo e li accusa di ingratitudine. Poi si licenzia, promettendo comunque di mantenere il silenzio a patto di ricevere il denaro pattuito. I due fratelli accettano la richiesta, anche se malvolentieri.

Personaggi principali

Scipione Sanguinacci (usuraio), Angelo (figlio), Alberto (figlio), Galeazzo (servitore), notaio

Ambientazione

Padova (città), casa di Scipione Sanguinacci (casa), camera di Scipione Sanguinacci (camera)

Datazione dell'ambientazione

Passato prossimo

Generi

cronaca, esempio, novella comica

Epilogo

Ogni signore dovrebbe fare in modo di farsi amare dai servitori, soprattutto se sono astuti, perché possono rivelarsi molto utili.